Fondi alternativi europei verso un 2021 record. Corre l’Italia

Dopo il +13% di raccolta del 2020, nel primo semestre 2021 aumentano flussi, investimenti e performance. Boom di infrastrutture e asset reali. E il mercato tricolore cresce a doppia cifra

Per gli asset alternativi si preannuncia un 2021 da record. Stando ai numeri, infatti, a fine 2020 i gestori di fondi alternativi europei hanno toccato quota 2.060 miliardi di euro di masse in gestione, mettendo a segno nell’anno del Covid un aumento del 13% rispetto ai 1.810 miliardi del 2019, e ora sono sulla buona strada per chiudere quest’anno con un nuovo massimo storico, vista l’accelerazione di raccolta, investimenti e performance.

A certificarlo, è il rapporto “2021 Alternative Assets in Europe” realizzato da Preqin e Amundi, secondo cui l’aum è cresciuto del 58% negli ultimi cinque anni, da dicembre 2016 a dicembre 2020, e il Vecchio Continente rappresenta attualmente il 24% dell’industria globale degli asset alternativi.

In crescita raccolta, investimenti e performance

Nel primo semestre 2021 raccolta, investimenti e performance hanno subito un’accelerazione. La raccolta da parte dei general partner (GP) dei fondi di private capital europei ha infatti toccato il 59% del totale dell’intero anno 2020, un dato che nonostante le sfide causate dalle restrizioni per viaggi e incontri, è stato il secondo più alto mai registrato. I team di investimento sono stati impegnati in attività di venture capital, investimenti in infrastrutture e private equity (i settori più attivi), con un valore delle transazioni di private capital concluse che nel primo semestre 2021 rappresentava già l’83% del totale dell’intero anno 2020. I mercati azionari e di debito forti dal secondo trimestre 2020 si sono tradotti in un dinamico mercato di uscita, non solo per le Ipo ma anche per le attività di trade sale e rifinanziamento.

Stando al report, anche se i dati di rendimento registrati nei primi anni dai fondi dei limited partner (LP) rappresentano solo un indicatore di performance future, la media dei tir netti (tassi interni di rendimento) delle edizioni di fondi di private equity e venture capital (Pevc) lanciate nel 2018 si attesta al 22%, mentre le edizioni delle annate 2011-2017 si erano attestate tra il 14% e il 19,4%. È dunque facile prevedere che tali prospettive di performance attraggano in futuro ancora più capitale d’investimento negli asset alternativi europei.

Regno Unito in testa. L’Italia corre

Il Regno Unito è stato a lungo il più grande mercato europeo di gestione di investimenti alternativi, ma dal momento che le asset class si sono ampliate e globalizzate, la quota di aum gestita dai general partner di sua maestà si è ridotta. Tra il 2010 e il 2020 il capitale privato gestito al di fuori dell’Europa è aumentato del 209%, mentre l’aum dei gestori con sede in Uk è aumentato del 177%, con un calo dal 59% al 52% della quota del Regno Unito sul totale di aum di capitale privato europeo.

La crescita delle masse dei gestori PEVC britannici è stata in media del 13% negli ultimi tre anni: un trend significativamente più lento rispetto al 23% raggiunto dai gestori in Francia, secondo centro d’Europa per gli asset alternativi, anche se occorre considerare che l’aum del PEVC inglesi resta ancora 4,6 volte più grande di quello francese (473 miliardi di euro rispetto a 102 miliardi di euro).

Quanto al nostro Paese, il mercato italiano dei capitali privati sta diventando sempre più interessante. Nel 2020 il capitale aggregato raccolto dai fondi tricolori è aumentato del 17% rispetto all’anno precedente e nel primo semestre 2021 ammonta a 720 milioni di euro. Il PEVC è al centro dell’industria italiana degli asset alternativi, rappresentando il 35% degli aum in asset alternativi a fine 2020 (15 miliardi di euro). Infrastrutture, real estate e private debt rappresentano rispettivamente il 17%, il 14% e l’11%, valori non insignificanti. Gli hedge fund rappresentano invece il 22%.

patrimonio gestito in italia

Stando al report Preqin e Amundi, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza da 242 miliardi di euro indirizzerà circa il 40% dei fondi pubblici italiani verso programmi green e il 25% verso progetti digitali, con infrastrutture e treni ad alta velocità tra le priorità: ciò creerà una vasta gamma di opportunità per il finanziamento da parte di capitali privati.

capitale complessivo
Investimenti spinti da infrastrutture e asset reali

Una nota particolarmente positiva è rappresentata dalle infrastrutture, con i governi di tutta Europa che stanno spingendo gli investimenti per stimolare la crescita economica e raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio, mentre l’aumento del debito pubblico a seguito del Covid-19 farà salire la richiesta di capitale privato. L’aum degli investimenti in infrastrutture basate in Europa è infatti cresciuto notevolmente negli ultimi cinque anni, raggiungendo quasi 250 miliardi di euro a dicembre 2020 (con un Cagr del 22% dal 2015). Con il cosiddetto ‘dry powder’ dei fondi infrastrutturali focalizzati sull’Europa pari a 130 miliardi di euro, che rappresenta un ragguardevole 43% del ‘dry powder’ dei fondi infrastrutturali a livello mondiale, l’attività di investimento è  secondo gli esperti destinata a intensificarsi ulteriormente.

L’investimento nel real estate nel primo semestre di quest’anno, misurato sulla base del numero di operazioni, sta seguendo un ritmo simile al 2020. Il numero di operazioni è stato pari al 54% di quelle complessive avvenute nel 2020, che peraltro aveva registrato un calo significativo rispetto al 2019. La pandemia non ha innescato una correzione diffusa delle valutazioni immobiliari, come evidenziato dall’aumento del 9% dell’aum immobiliare a 177 miliardi di euro nel 2020, nonostante la scarsa raccolta.

Rialzano la testa gli hedge fund

In un anno difficile per i mercati a livello globale, gli hedge fund focalizzati sull’Europa hanno concluso il 2020 positivamente, in aumento del 7,04% in media, con il momentum che prosegue anche nel 2021. Dopo aver subito deflussi significativi paria -31,8 miliardi di euro nel primo trimestre 2020 nell’ambito del sell off del mercato azionario, gli hedge fund si sono stabilizzati e hanno poi attratto capitale nella seconda metà dell’anno, con afflussi netti pari a 32,2 miliardi di euro: un’inversione di tendenza per una asset class che negli ultimi cinque anni di mercato rialzista aveva registrato consistenti deflussi. In un contesto che vede una lenta uscita dell’Europa dalla sua prolungata recessione, gli hedge fund sono nella posizione migliore per beneficiare di un aumento previsto della volatilità del mercato.

Principi Esg nuovi protagonisti

L’impegno verso i principi Esg e il rispetto della legislazione Ue rappresentano ormai una consuetudine per i gestori e gli investitori in Europa, con oltre l’80% di masse in gestione nei fondi Esg. E le questioni ambientali stanno generano opportunità anche per le asset class alternative. Nel settore del real estate, ad esempio, si pone maggiore enfasi sulle strategie a valore aggiunto, che hanno raccolto 11,7 miliardi di euro nel 2020, molti dei quali sono focalizzati sulla creazione di valore attraverso la riduzione delle emissioni di carbonio degli edifici. Nel private equity, gli investitori utilizzano sempre più dei filtri Esg per creare i Kpi in aree come le catene di approvvigionamento che determineranno un aumento delle valutazioni in uscita, mentre gli investimenti infrastrutturali, sostenuti dai governi per raggiungere gli obiettivi di riduzione del carbonio, sono sempre più importanti anche per la transizione energetica, in particolare per quanto riguarda le energie rinnovabili.

Asset reali, la scommessa vincente del post-Covid

“Siamo pronti a vedere le economie europee raggiungere nuovi record nel 2021, ottimisti sul fatto che sono sulla via della ripresa dopo il duro colpo causato dalla pandemia – spiega Mark O’Hare, fondatore e ceo di Preqin -. I nostri colloqui con gli investitori focalizzati sull’Europa confermano che si stanno ‘attenendo al programma’ per quanto riguarda le loro allocazioni in asset alternativi: di fronte all’incertezza e al calo dei rendimenti in tutte le classi di attivi, l’attrattività degli asset alternativi, incluse le opportunità innovative offerte dagli investimenti green, rimane molto interessante”.

In particolare, secondo Dominique Carrel-Billiard, global head of real assets di Amundi, sono gli asset reali la vera scommessa vincente per un mondo post-Covid. “Un nuovo ciclo economico post-Covid potrebbe vedere una ripresa dell’inflazione e continuare a spingere i capitali verso queste classi di attivi che offrono protezione dall’inflazione e la prospettiva di rendimenti più elevati – afferma -. Gli asset reali possono contribuire ad affrontare le sfide economiche derivanti dalla ripresa dalla crisi generata dal Covid e a soddisfare le aspettative degli investitori sia in termini di performance che di impatto, contribuendo in particolare ad allocare il capitale in direzione della transizione energetica. Per questo è fondamentale rendere gli asset reali accessibili a una più ampia gamma di risparmiatori”.

Fonte: https://www.focusrisparmio.com/news/fondi-alternativi-europei-verso-un-2021-record-corre-litalia

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È boom per gli strumenti a sostegno dell’economia reale

Il private equity ha ottenuto rendimenti record nel 2020. Ma oggi i private market schierano un arsenale ampio e variegato per sostenere le imprese e offrire fonti di rendimento alternative agli investitori

È un momento particolarmente felice per gli strumenti di investimento a sostegno dell’economia reale, quelli relativi ai cosiddetti private market. Questo grazie alla favorevole congiunzione tra l’incontro di particolari esigenze di domanda di funding da parte delle aziende – soprattutto in una fase complessa come quella attuale – e dalla domanda da parte degli investitori di strumenti in grado di dare rendimenti più elevati.

Secondo la rilevazione periodica realizzata da KPMG in collaborazione con AIFI, il mercato del private equity ha realizzato performance significative: in particolare, il tasso interno di rendimento lordo (IRR Lordo aggregato) si è attestato al 32,1%, record degli ultimi 15 anni. La rilevazione si basa sull’analisi di 56 operazioni di disinvestimento del 2020 da parte di 26 operatori, che hanno fruttato un controvalore record di 5,3 miliardi di euro. 

Ma non c’è solo il private equity nell’arsenale attualmente a disposizione delle imprese per dare slancio alla crescita, e degli investitori per diversificare il portafogli cercando nuove fonti di rendimento.  Per quanto riguarda in particolare le esigenze degli investitori, i posizionamenti di portafoglio sui private market “possono essere utilizzati per ottenere un’ampia varietà di risultati, come generare un reddito attraente, perseguire la crescita del capitale, proteggersi dall’inflazione”,  spiega Barry Fricke Global Head of Product, Private Markets di Aberdeen Standard Investments.

Un’ampia gamma di strumenti

In un report sul settore, gli esperti di Aberdeen hanno tracciato una sorta di schema degli strumenti di private market in base ai fini che perseguono. Da una parte, ci sono le strategie per far crescere il capitale (capital growth strategies), in cui spicca innanzitutto il mondo private equity. All’interno della categoria, si trova il venture capital (che indica quegli strumenti di finanziamento in equity di start-up e società early stage), il growth capital (che sostiene invece aziende più mature pronte a perseguire una fase di crescita, di solito con investimenti di minoranza) e  i buyout(acquisizioni di quote di controllo da parte di operatori di private equity).

All’interno della categoria delle strategie volte all’accrescimento del capitale si trovano anche altri strumenti che perseguono un ulteriore obiettivo, quello cioè di generare reddito. Di questo gruppo fanno parte  l’equity infrastrutturale (che si suddivide, a seconda dei gradi di rischio dell’investimento in equity infrastrutturale opportunitistico, value-add,  core, oltre all’equity relativo alle concessioni).

Tutto il mondo dell’equity infrastrutturale, oltre a perseguire fini di apprezzamento del capitale e generare un flussa cedolare risponde inoltre anche allo scopo di proteggere dall’inflazione.  Analogamente, nello stesso gruppo e sottogruppo che persegue i tre obiettivi appena descritti si trova anche l’equity immobiliare, che anche in questo caso vede una suddivisione in base alla rischiosità dell’investimento (opportunistico, value-add, e core, che è il più sicuro).

A fianco al mondo equity c’è poi il private debt, che persegue il fine di generare reddito e include anch’esso un gran numero di strumenti. Innanzitutto il direct lending, ovvero finanziamenti di debito diretti, spesso in contesti di leveraged buyouts, i leveraged loan, prestiti originati dalle banche sempre in contesti di LBO e poi sindacati a fondi di credito e CLO, gli strumenti di special situations (finanziamenti a soggetti in difficoltà o riacquisto di crediti di banche) oltre ai minibond, agli anticipi di fatture e a tante altre formule. Da menzionare anche i private placement, il debito infrastrutturale e il debito immobiliare.

Al fianco di imprese e investitori

La vivacità del mercato è senz’altro testimoniata dalla disponibilità di un grande numero di strumenti e da una maggiore consapevolezza da parte degli imprenditori da un lato e degli investitori dall’altro.Max Fiani, partner KPMG e autore dell’analisi citata all’inizio, sottolinea che nonostante il rallentamento di private equity e venture capital nel primo semestre 2020, a causa dello choc legato alla pandemia, “nel mercato italiano gli operatori di maggiore dimensione si sono contraddistinti per una crescente attività, realizzando elevati rendimenti attraverso poche operazioni di grandi dimensioni, e, come di solito accade nel nostro Paese, i grandi deal hanno influenzato in modo significativo i rendimenti e le performance di tutto il mercato italiano del private equity”. 

Il private equity in particolare, spiega a FocusRisparmio, è stato sicuramente impattato da elementi contingenti legati alla pandemia, come le iniziative del governo a sostegno dell’economia, ma  in ogni caso “ci sono dei trend di medio-lungo periodo da considerare, visto che ormai il private equity è un fenomeno che si è sviluppato e consolidato negli ultimi 30 anni”. Questa esplosione, prosegue Fiani, “non è solo un fenomeno italiano, ma anzi è una dinamica vista in tutta Europa, che si è accompagnata all’evoluzione degli operatori”. Ci sono operatori nazionali che sono diventati paneuropei, alcuni che si sono evoluti sul piano del focus di investimento, specializzandosi in campi ben precisi che meglio riflettono le expertise dei team di investimento.

A questa crescita del mercato e degli operatori si è accompagnata una differenziazione degli strumenti, con un’espansione dal mondo del private equity al mondo del private debt. E tra i trend più interessanti visti nel mondo degli strumenti a sostegno delle imprese Fiani cita anche “il fenomeno delle Spac, partito in Germania, poi arrivato in Italia e successivamente esploso negli Usa, una dinamica mai vista nel mondo finanziario dove di solito le tendenze nascono in ambito anglosassone e poi si diffondono altrove”. Con la Spac un’impresa che ha intenzione di quotarsi ha uno strumento per approdare in Borsa e ottenere capitali per la crescita, in modo meno macchinoso rispetto alla normale procedura di Ipo, e “con il vantaggio di sapere da subito qual è il prezzo, quando invece con un collocamento tradizionale si rischiano ampie fluttuazioni dovute alle condizioni specifiche del mercato in quel momento”.

Un altro fenomeno interessante, sottolinea Fiani, è quello “delle holding di partecipazioni, che si sta affermando in particolare in Svezia: si tratta di holding, spesso quotate, che investono in società con un’orizzonte virtualmente indefinito, senza avere come obiettivo l’exit, ma come permanent capital, puntando quindi al rendimento rappresentato dai dividendi”.

Oggi non solo gli investitori ma anche gli imprenditori hanno l’imbarazzo della scelta quando si tratta di strumenti a sostegno dell’economia reale, laddove il canale bancario non dovesse risultare sufficiente. “In Italia, anche grazie al lavoro di AIFI, di Borsa Italiana che con Elite – e non solo – sta facendo educazione finanziaria alle imprese, oggi abbiamo una cassetta degli strumenti molto ampia e interessante”, commenta Fiani.

“Rispetto a 20-30 anni fa abbiamo sicuramente tante opzioni per un imprenditore che ha bisogno di supportare la crescita, anche come supporto all’M&A a complemento del percorso di crescita organica. Inoltre ci sono tante soluzioni che consentono all’imprenditore di ottenere sostegno finanziario e non solo senza dover rinunciare al controllo della società perché in particolare l’evoluzione del private equity permette di fare operazioni in cui si possono trovare interessanti equilibri tra le esigenze della famiglia e gli obiettivi di crescita”, aggiunge.

Fonte: https://www.focusrisparmio.com/news/private-equity-strumenti-economia-reale-private-markets

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Il private equity rende quasi tre volte più dell’azionario. Il report di Invest Europe

L’asset class private equity in Europa rende quasi tre volte più dell’azionario. E’ quanto emerge dal report The Performance of European Private Equity Benchmark Report 2020, pubblicato da Invest Europe, l’associazione che rappresenta l’industria del private capital a livello continentale.

Dal report emerge che l’anno scorso i deal di buyout hanno generato un Irr del 15,06%, a fronte di un rendimento dell’indice MSCI Europe pari al 5,48%.

Meno evidente la sovraperformance del venture capital rispetto all’indice MSCI comparabile: 11,09% rispetto a 7,82%. I ritorni dei fondi di venture hanno accelerato man mano che il settore è maturato: negli ultimi dieci anni l’Irr è stato del 19,7% e del 21,9% a cinque anni.

Guardando alle operazioni di growth capital, i fondi specializzati hanno conseguito un Irr del 13,66%, oltre il doppio dell’indice MSCI Europe corrispondente (6,4%) e poco meglio dell’indice S&P Europe Small Cap Growth (11,84%).

Come abbiamo avuto di spiegare in un’analisi su Patrimonio Destinato, in Italia c’è una carenza di fondi dedicati al growth capital.

Tornando ai dati dello studio di Invest Europe, i deal di buyout hanno conseguito un rendimento annualizzato del 15,06%. Nel solo segmento del mid-market l’Irr è stato del 17,01%.

La dichiarazione

Eric de Montgolfier (nella foto di copertina), Ceo di Invest Europe, sottolinea che “nei tempi molto lunghi che contano per i fondi pensione e gli assicuratori, il private equity europeo supera di gran lunga le azioni quotate. Inoltre, i dati sottolineano la resilienza del private equity europeo nel 2020 poiché gli sforzi per proteggere le aziende durante le profondità della crisi hanno dato frutti. Questo settore offre costantemente le performance di cui hanno bisogno gli investitori, supportando al contempo le attività che sono alla base dell’economia e della società europee”.

Fonte: https://dealflower.it/il-private-equity-rende-quasi-tre-volte-piu-dellazionario-il-report-di-invest-europe/

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Gellify, Azimut Digitech Fund, Primo Ventures e Ratti investono in TwinOne

GellifyAzimut Digitech Fund, Primo Ventures e Ratti investono in TwinOnetech companyspecializzata nella riproduzione virtuale di qualsiasi prodotto e nello sviluppo di soluzioni software per automatizzare il flusso di lavoro nella produzione di contenuti.

TwinOne, si legge in un comunicato, è stata fondata nel dicembre 2019 da Daniela Robba, Mauro Mastronicola, Giovanni Visai e Federico Rampolla. La startup propone software e soluzioni di nuova generazione, “utilizzando tecnologie visuali fotorealistiche, derivanti dal mondo dei videogiochi e in grado di aiutare le marche a virtualizzare molte delle fasi del ciclo di vita del prodotto, rendendo così efficienti, scalabili e sostenibili i processi per la produzione di contenuti visivi”.

Il mercato mondiale di riferimento di TwinOne ha registrato nel 2019 un valore pari a circa 1,5 miliardi di dollari. E si prevede raggiunga 8 miliardi di dollari entro il 2027.

L’operazione di co-investimento di Gellify insieme ad Azimut Libera Impresa Sgr (nella foto di copertina, l’amministratore delegato Marco Belletti) – mediante il fondo Azimut Digitech Fund – Primo Ventures e Ratti prevede l’ingresso di TwinOne nel programma di gellificazione, “modello di crescita che coinvolge diverse funzioni aziendali e processi del business, colmando le lacune presenti nel set di competenze della startup”.

Fonte: https://dealflower.it/gellify-azimut-digitech-fund-primo-ventures-e-ratti-investono-in-twinone/

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Il venture capital ingrana la quinta

Nel primo semestre 2021 realizzate 112 operazioni: +49%. Cresce l’ammontare investito sia nelle startup tricolori sia in quelle estere fondate da italiani

Ben 112 operazioni, initial e follow on, contro le 75 dello scorso anno, con un aumento che sfiora il 50%. Il primo semestre del venture capital italiano si chiude in forte crescita, +49% per l’esattezza, con un dato ancora più incoraggiante se si guarda solo ai nuovi investimenti, 105 nel periodo gennaio-giugno del 2021 rispetto ai 59 dello stesso periodo del 2020. È quanto emerge dal Rapporto di ricerca Venture Capital Monitor – VeMTM sulle operazioni di venture capital in Italia, realizzato dall’Osservatorio Venture Capital Monitor – VeMTM attivo presso Liuc Business School.

Per quanto riguarda l’ammontare investito sia da operatori domestici che esteri in startup italiane, il valore si attesta a 399 milioni di euro distribuiti su 100 round, in aumento rispetto ai 216 milioni per 69 operazioni del primo semestre 2020. Allo stesso modo, cresce anche l’ammontare investito in realtà estere fondate da imprenditori italiani che passa da 21 milioni a 379 milioni di euro e da 6 a 12 operazioni. Sommando queste due componenti, il totale complessivo si attesta a 778 milioni (erano 237 nel primo semestre 2020).

“I numeri VeM di questa prima parte dell’anno mostrano un’attività di investimento iniziale sulle startup in netta crescita – afferma Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI -. Sono state ben 105 rispetto alle 59 dello stesso periodo del 2020, le operazioni initial realizzate, sintomo del grande impegno da parte degli operatori che non temono la crisi”.

“Guardando i dati del primo semestre si nota come la partecipazione delle corporate ai round di venture capital sia in costante crescita – sottolinea Anna Gervasoni, professore Liuc Università Cattaneo -. Questo dimostra che le imprese italiane credono e investono in prima persona nell’innovazione perché consapevoli che solo così si può puntare a una crescita aziendale e a un consolidamento della propria attività in un mondo globalizzato e sempre più competitivo”.

Focus su technology transfer, corporate venture capital e filiera dell’early stage

Il totale degli investimenti in TT (technology transfer) dal 2018 al primo semestre del 2021 è stato pari a 305 milioni di euro su 123 operazioni. Stando all’indagine, questi risultati sono arrivati grazie anche all’impatto dei fondi della piattaforma ITAtech che a oggi hanno raccolto complessivamente quasi 300 milioni di euro realizzando, dal 2018, 73 investimenti per un ammontare totale pari a 88 milioni di euro (compresi i co-investitori). Con riferimento all’attività di corporate venture capital, nel primo semestre dell’anno, si conferma l’evidenza recente che vede una notevole presenza di imprese nei round di venture capital.

In particolare, è stata registrata la partecipazione delle corporate negli investimenti a supporto delle realtà imprenditoriali nascenti o nella fase di primo sviluppo in circa il 44% dei round complessivi, in netto aumento rispetto al 2020. Relativamente alle sole startup con sede in Italia, venture capital e corporate venture capital hanno investito 175 milioni di euro su 67 round, le attività di sindacato tra venture capital, corporate venture capital e business angel hanno fatto registrare investimenti pari a 224 milioni di euro su 33 operazioni e i soli business angel hanno investito 37 milioni in 28 round. Il totale di queste attività porta la filiera dell’early stage in Italia ad aver investito 436 milioni di euro su 128 round.

Distribuzione geografica e settoriale

Come per gli anni passati, a livello di investimenti initial, la Lombardia è la regione in cui si concentra il maggior numero di società target, 39, coprendo il 38% del mercato (era il 47% nel 2019, ma con un numero inferiore di deal, 28). Seguono Lazio (9%) e Piemonte (8%). Dal punto di vista settoriale, l’Ict monopolizza l’interesse degli investitori di venture capital, rappresentando una quota del 37%. L’Ict è costituito per un 29% da operazioni su startup nel comparto dei digital consumer services, e per il 71% su società con focus su enterprise technologies. A seguire, quasi il 16% degli investimenti initial è stato diretto verso l’healthcare e poco meno del 15% verso i servizi finanziari.

Fonte: https://www.focusrisparmio.com/news/il-venture-capital-ingrana-la-quinta

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Finanza alternativa, le pmi italiane incassano 4,23 miliardi

Il 58% in più rispetto allo scorso anno. In testa private equity e venture capital, seguono invoice trading e minibond. Boom del lending

Ben 4,23 miliardi di euro. A tanto ammontano le risorse che in 12 mesi, tra luglio 2020 e giugno 2021, sono arrivate dalla finanza alternativa al credito bancario per le pmi. Una cifra consistente e, soprattutto, in aumento del 58% rispetto allo scorso anno, stando a quanto emerge dal 4° Report sulla Finanza Alternativa per le Pmi, presentato da Giancarlo Giudici, professore ordinario del Politecnico di Milano e Direttore Scientifico dell’Osservatorio Crowdinvesting, nel corso dell’edizione 2021 dell’Alt-Finance Day.

La ricerca è stata redatta con l’obiettivo di analizzare il mercato della finanza ‘alternativa’ (o sotto alcuni punti di vista ‘complementare’) al credito bancario per le pmi italiane e descrive anche diversi casi aziendali di imprese che, grazie al ricorso agli strumenti di finanza alternativa, hanno incrementato la propria competitività e ottenuto vantaggi non solo in termini di maggiore inclusione e diversificazione delle fonti, ma anche di accresciute competenze manageriali, visibilità sul mercato e opportunità di investimento.

Nel dettaglio, i mercati del private equity e venture capital sono tornati ai valori pre-Covid, confermandosi i maggiori canali alternativi al credito bancario per le piccole e medie imprese italiane. Segue l’invoice trading che, nonostante un lieve arretramento registrato nel primo semestre 2021, legato ai ritardi nei depositi dei bilanci 2020 e dall’uscita dal mercato di alcune piattaforme, registra un incremento del 7,5% rispetto ai 12 mesi precedenti.

Crescono anche il mercato dei minibond, il ricorso al mercato mobiliare per il collocamento di titoli di debito come obbligazioni e cambiali finanziarie per importi fino a 50 milioni, con un aumento del 17% rispetto allo scorso anno, e quello del crowdfunding, in particolare il lending, con un incremento del 73%.

Da segnalare anche che il report prende in esame una novità relativa al direct lending, il credito erogato da soggetti non bancari attraverso prestiti diretti, che da quest’anno considera i portali che erogano credito su Internet attingendo esclusivamente da investitori professionali, per cui i dati non risultano comparabili con quelli precedenti. Il trend del settore è comunque positivo, con una crescita raddoppiata rispetto al primo semestre 2020.

Ai minimi, invece, il flusso di ICOs (Initial Coin Offerings), dove non sono state condotte operazioni significative da team italiani, mentre si affermano i collocamenti di Nft (Non Fungible Tokens). In ultimo, dalla ricerca emerge che la raccolta che le pmi hanno effettuato sul mercato borsistico attraverso la quotazione, in particolare su Euronext Growth Milan, erede di Aim Italia, è aumentata del 66% rispetto al periodo precedente.

“I dati confermano che la finanza alternativa ormai esce dall’incubatore e gioca alla pari con gli strumenti finanziari tradizionali”, ha sottolineato Danilo Maiocchi, direttore generale di Innexta, che in collaborazione con School of Management del Politecnico di Milano, Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e Unioncamere Nazionale, organizza l’Alt-Finance Day. “L’accesso dei capitali rimane una delle chiavi cruciali per sostenere e rafforzare l’economia – ha aggiunto Elena Vasco, segretaria generale della Camera di Milano Monza Brianza Lodi -.  Per questo è ancora più importante promuovere la conoscenza e l’utilizzo di tutte le opportunità a disposizione delle imprese, avvicinandole anche alle soluzioni rappresentate dalla finanza alternativa, complementari e sinergiche alle soluzioni tradizionali”.

Fonte: https://www.focusrisparmio.com/news/finanza-alternativa-le-pmi-italiane-incassano-423-miliardi

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